Intervista e storia del professore ucraino Zinoviy Svereda: dal totalitarismo sovietico alle trincee, una vita in difesa della libertà.
Professor Svereda, partiamo dalla sua storia familiare. Quanto ha inciso il passato sovietico sulla sua vita?
Moltissimo. I miei genitori sono nati nell’Unione Sovietica durante il comunismo. Ho visto personalmente come quel sistema abbia distrutto i loro sogni. Mio padre aveva talento per la musica, voleva diventare musicista. Mia madre sognava di aprire un ristorante. Ma nel sistema sovietico tutto questo era impossibile. Il totalitarismo non tollerava la libertà individuale, la proprietà privata, il pensiero autonomo. Essere sé stessi era considerato un pericolo.
Lei sostiene che il problema non fosse solo il comunismo, ma anche il fatto di essere ucraini.
Esattamente. Gli ucraini erano considerati pericolosi perché hanno sempre lottato contro il dominio sovietico. Tra il 1917 e il 1939 milioni di civili furono eliminati nei territori dell’attuale Ucraina. Il caso più drammatico resta la carestia artificiale del 1932-33, organizzata dai comunisti sovietici, che provocò milioni di morti in pochi mesi.
Anche la sua famiglia subì direttamente la repressione.
Sì. La famiglia di mia madre venne deportata in Siberia negli anni Quaranta e Cinquanta perché possedeva terre, un mulino e un negozio. Erano considerati “nemici”. Mia bisnonna fu rinchiusa in un Gulag femminile. Ricordo ancora le sue mani: piene di calli, rovinate dal lavoro forzato. Nei campi i comunisti cercavano di distruggere soprattutto le persone istruite, gli intellettuali, chiunque fosse libero dentro.
Com’è cresciuto in quel contesto?
I miei genitori ci educavano come cristiani. Leggevamo molto, studiavamo e speravamo nella fine dell’Unione Sovietica. Credevamo che prima o poi il sistema totalitario sarebbe crollato.
E nel 1991 arriva l’indipendenza ucraina.
Per me fu un momento storico. Preferisco una democrazia caotica a una dittatura stabile. La libertà permette di studiare, viaggiare, creare, sviluppare il proprio talento. La democrazia non è perfetta, ma è l’unico sistema che permette all’uomo di realizzarsi.
La vita in Italia
Lei poi sceglie l’Italia per i suoi studi. Perché?
Perché consideravo e considero l’Italia una delle più grandi civiltà del mondo. Studiavo economia e ammiravo profondamente la cultura italiana, l’arte, il teatro, la musica. Michelangelo e Leonardo non sono nati per caso: sono il risultato di una civiltà libera. In un sistema totalitario sarebbero stati distrutti oppure costretti a fare propaganda.
Che impressione le fecero gli italiani?
Mi colpì il modo di vivere. Gli italiani sanno trasformare anche una giornata normale in una festa. È una forma di arte. Ho incontrato persone calorose, ospitali, capaci di godersi la vita. È qualcosa che ho sempre ammirato.
Nel suo racconto ritorna spesso il tema della libertà. Ritiene che oggi in Europa venga data per scontata?
Sì. Molti europei non comprendono davvero cosa significhi vivere sotto un regime totalitario. La democrazia richiede educazione, pensiero critico, responsabilità. Non funziona automaticamente.
Lei accusa la Russia di aver preparato per anni il conflitto contro l’Ucraina.
Assolutamente sì. Già dal 2014 con la Crimea e il Donbas era evidente. Parallelamente Mosca finanziava propaganda in Europa, cercando di influenzare politici, giornalisti e opinionisti. Ancora oggi molti europei credono alla narrativa secondo cui l’Ucraina sarebbe un Paese estremista o fascista. È assurdo.
Secondo lei perché accade?
Perché molte persone preferiscono l’uomo forte alla libertà. La democrazia richiede fatica. Alcuni preferiscono qualcuno che dica loro cosa pensare e come vivere.
Nel suo testo lei fa anche un paragone con le proteste ucraine all’estero.
Sì, perché gli ucraini hanno protestato in tutta Europa contro la guerra senza distruggere città o monumenti. Rispettiamo il patrimonio degli altri popoli. Se protesto contro la guerra, perché dovrei devastare una stazione ferroviaria o una chiesa? Questo significa comprendere il valore della civiltà europea.
Poi arriva la decisione più difficile: diventare soldato. Come nasce?
È stata una scelta dolorosa. Ho 49 anni, sono dottore in scienze economiche, esperto di sviluppo sostenibile. Ma non voglio che i miei figli perdano la libertà come l’hanno persa i miei genitori.

Cosa significa oggi essere soldato in Ucraina?
Significa rischiare tutto. La salute, il futuro, il lavoro. Vivere nelle trincee sotto i droni. Spendere i propri soldi per equipaggiamento, medicinali, armi. Sapere che dopo la guerra potresti non avere più nulla. Io stesso ho investito tutti i miei risparmi in Ucraina dopo il 2014 e ho perso tutto dopo il 2022. So che probabilmente non riavrò mai nulla di quello che avevo costruito e che, una volta terminata la guerra, sarà quasi impossibile riprendere quell’attività professionale.
Molti soldati e veterani comprendono che il lavoro di una vita e i propri sacrifici sono stati cancellati dalla guerra. Essere soldato oggi significa anche questo: perdere sicurezza economica, prospettive e spesso perfino la possibilità di trovare un nuovo lavoro. Ma continuiamo a combattere perché sappiamo cosa significhi vivere senza libertà e crediamo che essere uomini liberi valga più del denaro o della carriera.
Eppure lei non sembra pentito della scelta.
No. Perché la democrazia va difesa. Non basta desiderarla. I greci lo capivano già migliaia di anni fa. Anche gli Stati Uniti e l’Europa moderna sono nati grazie a persone disposte a combattere per la libertà.
Lei critica anche alcune derive ideologiche dell’Occidente contemporaneo.
Sì. Oggi in molte università europee manca il vero pensiero critico. C’è molta ideologia e poca ricerca della verità. Questo mi preoccupa.
Nel testo lei parla anche del Medio Oriente e dei Paesi del Golfo.
Perché il benessere economico senza libertà e senza istituzioni democratiche è fragile. Il petrolio non crea la democrazia. La costruiscono cultura, educazione, libertà scientifica.
Come vede il futuro dell’Ucraina?
Molto difficile. Ci sono milioni di rifugiati, città distrutte, mutilati, traumi enormi. Ma noi continuiamo a combattere perché sappiamo cosa significhi vivere senza libertà.
Chi combatte oggi al fronte con lei?
Persone normali: poeti, agronomi, ingegneri, scrittori. È il ceto medio ucraino. Persone che hanno perso tutto ma non la dignità.
Lei crede ancora nella vittoria?
Sì, ma la vera vittoria non riguarda solo l’Ucraina. Riguarda tutti i popoli che devono imparare a difendere la propria libertà, la propria dignità e il proprio diritto a vivere senza tirannia.
Cosa vorrebbe dire agli europei?
Di non considerare la libertà come qualcosa di scontato. Di leggere la propria Costituzione. Di capire cosa significhi davvero vivere senza democrazia. Perché quando la libertà scompare, recuperarla ha un prezzo enorme.
E personalmente cosa le resta oggi?
La speranza. Anche nell’oscurità della guerra e dei droni. La speranza che un giorno le future generazioni possano vivere in pace e in libertà.